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L’amore per il calcio ha interrotto la tradizione sportiva della famiglia Cavallaro. Dopo due generazione di campioni e il ciclismo nel sangue, per Nino e Turi Cavallaro, i figli di Turi oggi hanno scelto di inseguire la palla, anziché farsi inseguire dagli avversari su di una bicicletta. Sarà perché il ciclismo attraversa un brutto momento, gli scandali per doping tengono lontano la massa di tifosi, da uno sport bellissimo, sarà questo il motivo per cui non ci sono più campioni autentici.

Paternò può ho celebrare il suo campione, nonostante sia passato molto tempo, dagli anni della gloria del leggendario Nino Cavallaro , basta poco per far rivivere nei ricordi l’emozione dei tifosi. Camminando per piazza Indipendenza o via Vittorio Emanuele, con una max foto sotto braccio, succede l’incanto, perché sono proprio tanti quelli che hanno conosciuto Cavallaro e ancora lo ricordano per le 23 cose vinte sulla bici. Nino Cavallaro era nato il 2 novembre del 1935, morto 11 giugno del 2008. A due anni dalla scomparsa, sarebbe giusto ricordare questo figlio della nostra terra, e dargli un posto meritevole nella storia sportiva della nostra città. U piscatori, era questo il suo primo lavoro, Nino Cavallaro, amava andare in bici con i compagni della sua giovinezza, gli facevano da spalla Luigi Ventura e il fratello Salvatore Ventura, Angelo Buonocore, Carmelo Arcidiacono, e tanti altri giovani. Nei difficili anni che seguirono la guerra, li assillava il pensiero del lavoro, ma l’amore per la bici non fu scalfito. Nino Cavallaro ogni settimana portava a casa il suo gruzzoletto di soldi, frutto delle vincite in bicicletta, da Scordia a Biancavilla in giro per le vie impervie della Sicilia a sudar di brutto. Come la splendida vittoria del trofeo delle Mandorle ad Agrigento, fianco a fianco con grandi professionisti sullo stesso tracciato del campionato mondiale. Acerrimo rivale dei ciclisti catanesi, sua la vittoria della popolare S. Cristoforo. Fu proprio un catanese, Di Lorenzo che segnalò al direttore tecnico della Pedale Monzese alcuni corridori siciliani. Un sogno che presto diventò realtà, da dilettante appena ventenne, poteva essere un perfetto professionista. Ma la sfortuna o il destino, ben presto lo riportò nella sua terra. Dopo appena poche gare, Trofeo Pirelli e la Sanpellegrino, meritatosi il nomignolo di “Coppi siciliano” decise di ritornare nella sua Paternò dove lo aspettava la giovane Barbara. “Scappo di notte – racconta oggi sua moglie Barbara – lo tenevano sottocchio, ma lui riuscì a fuggire lo stesso. Quello che lo faceva soffrire era la mancanza di studio, non voleva sentirsi inferiore ai suoi compagni di squadra, sentiva vergogna perchè non aveva frequentato gli studi, anche se in Lombardia aveva iniziato a lavorare facendo il postino. Ma non riusciva a stare lontano da solo, perché pensava a me, la sua fidanzata, questo quando ancora aveva appena 19 anni. Però se fosse rimasto li, sarebbe diventato sicuramente un grande campione”. L’amico Luigi Ventura, con lui a Monza, fu scartato in quanto più grande, aveva già 26 anni, quindi fu preferito Cavallaro assai più giovane e promettente. Rimasto solo e preso da nostalgia, forse anche per questo motivo, maturò l’idea di abbandonare il professionismo. Intanto mentre lui correva per le strade della Lombardia i suoi concittadini potevano conoscere le sue vittorie attraverso i film spot, di studio Luce, proiettati sugli schermi dei cinema. Anche al cinema S. Barbara, erano gli anni 50, nell’intervallo dei due films si vedevano le corse in bici, con Nino Cavallaro miglior allievo della Sicilia e dello Stivale. Amava raccontare agli amici le sue battaglie pedalando sulle ruote, ci metteva calore e passione, anche quando raccontava le sue corse. Presto anche i suoi figli cominciarono a pedalare e a farsi notare. Il figlio Turi Cavallaro non arrivava ancora ai pedali quando vinse la prima gara (a Biancavilla senza nemmeno allenamento), ma questa è un altra favola.


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