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Le arance una volta erano merce preziosa, sapete anche della buccia si faceva un gran commercio. Ricordo i miei nonni e anche mia mamma attentissimi, sbucciavano il frutto con cura, la scorcia veniva a forma ellittica, recuperata interamente. Poi si metteva ad essiccare al sole, sulle tegole in terrazza o appese sui gradini delle scale di legno a venti gradini, che tutti tenevano a casa. Quando il sole si faceva più caldo, le bucce già belle toste si vendevano a don Giovanni. Girava per le vie e i cortili del centro storico, si faceva accompagnare da due baldi giovani, che lo aiutavano a portare i grossi sacchi di iuta, pieni di bucce secche. La compravendita era veloce, poche lire per kilo, era tanto se si guadagnavano cento lire. Era tutto il resto che si bloccava, ad ogni fermata, si apriva il teatrino. Uno di quei giovani era Carluccio Mammana con il fratello.

Per noi ragazzi, l’arrivo della truppa, era il richiamo al divertimento. Non possiamo dire che Carluccio fosse di retto giudizio o di semplice spirito, era semplicemente Carluccio, dall’essere vorticoso avvolte marionettistico, “U sapiti com’è” Dicevano tutti, piccoli e grandi. Ma solo dopo il suo passare, ne avvertivamo l’amarezza che emergeva dallo stupido riso. Ah se l’uomo comprendesse, con la stessa facilità con cui offende, quanto invece fosse benefico ridere di se stessi, per vivere meglio.
Carluccio, così chiamato dai paternesi, era nato nel quartiere della Gancia, la sua era una famiglia numerosa, otto figli. Cresciuto nello storico quartiere, andava a trovare  i parenti nel popolare quartiere Montecenere, soggiornava nei dintorni di San Gaetano, tra Piazza Indipendenza, Santa Barbara al massimo arrivava a piazza Vittorio Veneto. Solo da grande si trasferì, insieme al papà, nel moderno quartiere Ardizzone, ma quotidianamente, lui si aggirava nei luoghi della sua infanzia. Sono passati pochi anni dalla sua scomparsa, la gente non lo ha dimenticato. L’assessore Gianfranco Romano vorrebbe porre una targa ricordo, proprio nella centralissima Piazza Indipendenza. Sono in molti quelli che hanno un ricordo personale di Carluccio da raccontare. Alcuni da fare accapponare la pelle. Seguiva ogni attimo della festa di S. Barbara, con la stessa fede di fervidi devoti. Quando ancora non cera l’euro, alcuni portatori dei cerei, testimoniano di avergli dato una mazzetta di immaginette della Vergine martire, da distribuire alla gente. Lui con il piglio di grande volontario, porto la somma di oltre settecento mila lire. Gli stessi portatori, alla vista di quei soldi, tirati fuori alla rinfusa dalle tasche di Carlo, raccontano di aver sentito un brivido sulla schiena, un senso di vergogna, di fronte ad un gesto di così tanto amore verso la Santa Padrona. Carlo attirava la simpatia di tanta gente, i suoi occhi brillavano quando riceveva anche un piccolo insignificante dono, cento lire, una sigaretta. Il suo volto non faceva paura, era docile nel carattere. Durate i giorni di mercato era solito aiutare qualcuno, nel trasportare anche grossi pesi, lo faceva come un somaro da soma. Appunto come quello di cui si parla nel Vangelo. Gesù lo indicò ai discepoli, per preparare la Pasqua a Gerusalemme. Andate e trovate un somaro, ne ho bisogno. Per noi, gente assai confusa, quanto è difficile trascorrere la giornata, eppure Carluccio nella sua vita apparentemente vuota, difficile da riempire, era giocondo l’amicone di tanta gente. Sicuramente un’anima vicina a Dio.


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