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Ciccio CapizziTra la gente comune nasce e spesso si confonde, un genio. Figlio della madre natura, assai capricciosa, perchè ai nobili o ricchi, nega il sopraumano talento. La vita di Ciccio Capizzi non è facile da raccontare, non è certamente un classico romanzo come i Promessi Sposi o L’Orlando Furioso. Merita comunque, di essere studiato e conservato, nella galleria dei personaggi famosi, della nostra città. Mi viene in mente un grande commediografo greco Aristofane. La commedia di Aristofane, giudicata nel tempo in modo vario e contraddittorio. Anzi, si è arrivati persino alla negazione della sua geniale poesia, in nome della morale, per la considerazione errata, che il buffonesco, sia per molti, un genere di espressione inferiore. In tempi più recenti vittime Totò, Franco Franchi o tanti altri artisti rimasti sconosciuti. Capizzi era sicuramente un personaggio da palcoscenico, un vero mattatore. Si dedicava a dare vita a personaggi anticonformisti, con intendimenti caratteriali forse polemici, con grande capacità di trasfigurazioni fantastiche a volte sorprendenti. Appariva con la barba rasata o folta, ma ben curata. Ora nelle sembianze di Ercole, Spartaco, o il pupo siciliano. Capizzi, non immune ai comuni difetti degli uomini, però aveva la gioia di vivere con vigore, lo ha fatto fino a quanto ha avuto la

forza di farlo. La moglie Prestipino Alfina, oltre a dargli tre figli, Gioacchino, Nicola e Antonio, racconta dei lunghi mesi di malattia, fino al 24 aprile del 1984, giorno della sua ora. “Durante il nostro matrimonio non ricordo mai un giorno di malattia. Era sempre attivo amava il suo lavoro.” Già il suo lavoro. Eppure anche il più umile del lavoro, l’accalappiacani, quello che lui svolgeva, per portare a casa, una onesta paga, e lo faceva con dedizione. Grazie al suo lavoro girava per la città, a caccia di cani randagi, ma sopratutto per dare sfogo alla sua scanzonata passione, l’esibizionismo. “Era furbo- racconta la vedova Capizzi – quando andava a lavorare in campagna, con i miei fratelli, trovava sempre una scusa per tornare. Così decise di chiedere lavoro al sindaco. ciccio_capizzi_02Prima del pranzo ripetutamente si presentava davanti casa del sindaco, allora Turi Sinatra. - Cosè c’è Capizzi -. Signor sindaco, diceva mio marito; voi vi sedete a tavola per mangiare, e anch’io devo poterlo fare, datemi un lavoro. La cosa andò per le lunghe, fino a quando mio marito ottenne di lavorare per il comune.” Altri tempi. “Capizzi era assai affettuoso” conferma l’ex sindaco Turi Sinatra, ma i due, divennero ottimi amici, solo dopo un brutto scherzo.  “Mio marito catturò un topo, lo fece crescere in una gabbia. Era arrabbiato verso il sindaco – racconta l’innocua moglie di Ciccio Capizzi – poi a carnevale lo legò ad un guinzaglio e con lui passeggiava per i quattro canti. Appena avvistato il sindaco, lo slaccio e lo fece correre verso Sinatra”. Non avendo a disposizione attrezzi adeguati, per svolgere il suo lavoro, pensò bene di rivolgersi direttamente al presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Andò a Roma e si presentò con un mazzo di rose rosse, davanti la residenza Presidenziale. Il tutto documentato su un giornale romano, dove cita pure, che il Capizzi, nella stessa giornata, si fece arrestare per ben sei volte. Si presentò anche davanti agli uffici di Cinecittà, sperava di fare l’attore, ma trovò le porte sbarrate. Nulla da fare per uno che non aveva scuola. Infatti era analfabeta. Fu il figlio Antonio, fabbro di mestiere, che lo aiutò a costruire la multipla gabbia ambulante, agganciata alla sua 125 Bianchi. Quando cominciava il tempo di carnevale Capizzi lo annunciava alla città. Girava con il suo mangiadischi, suonava per le strade tarantelle siciliane. Quando si avvicinava nei pressi delle scuole, a chi richiamava la sua attenzione, rispondeva “A morte i capelloni”. Racconta il più piccolo dei figli, Antonio. “Bisogna dire quanto amasse la sua Paternò. Quando stava per finire l’epoca del bel carnevale di Paternò, mio padre per diversi anni, pur mettendoci soldi di tasca propria, costruiva il carro finale con carnevale, con i fuochi d’artificio, da bruciare a mezza notte. Era la sua passione, bisognava vederlo, non aveva bisogno di trasformarsi in maschera, Lui era lui e a fianco carnevale. Non temeva lo scherno, si lasciava andare, anche quando per scherzo gli lanciavano di tutto”. Il ridere e il deridere come Aristofane insegna, può far capire come da una realtà sociale, culturale e spensierata, come lo era Paternò, negli anni del dopo guerra e oltre, si individua in Capizzi, una splendida deformazione caricaturale. Credo sia utile recuperare le immagini esistenti, approfondire le innumerevoli gesta, di questa maschera, per conservale a memoria, nella storia della nostra città.          


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