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Avvocato OrlandoLa dialettica di questi ultimi anni a proposito della chiusura del traffico veicolare su Via Vittorio Emanuele, quale fonte di sventura, per i commercianti della zona. Ha molti elementi in comune, ad un’altra polemica di molti anni addietro. Quando fu spostata la sede municipale da Piazza della Regione, dislocata nell’attuale sede nel moderno quartiere Ardizzone. E di conseguenza furono spostati i locali della pretura, da Via Roma furono portati nella sede di piazza della Regione. Per molto tempo si disse che un’ombra di morte stava per calare sulla dinamica piazza Indipendenza. Prima piena di vita anche a tarda notte, dopo questi due importanti traslochi, la vita della piazza, quasi all’improvviso cambiò. Divenne un comune snodo veicolare. Infatti la piazza, il salotto cittadino, a quei tempi oltre ad ospitare le grandi manifestazione di popolo, era vissuta sopratutto quotidianamente da personaggi goliardici. L’avvocato penalista Giochino Orlando, era un assiduo utente della piazza. Personalmente lo ricordo quando da scolaro, mingherlino ma già allora con occhi vispi e curiosi, andavo a comprare qualche quaderno nella cartolibreria del signor Minatolo. Rimanevo colpito dalla stazza di quell’omone, dalla voce possente e rauca. Rimaneva girato di spalle a leggere il giornale, ma se lo incuriosiva la persona che entrava in cartoleria, non esitava ad entrare in confidenza. “Criato” sbottava a tutti.

L’avvocato, stazionava a lungo in quella libreria, dove uno dei tanti racconti leggendari lo ritrae mentre esaudiva uno dei suoi vizi, lo sputo. In quel punto della piazza, il marciapiede comincia a ritrarsi, chi deve andare verso via Monastero è quasi obbligato a virare verso destra. Un passante allungando il passo, fu colpito accidentalmente al piede dallo sputo. Richiamata subito l’attenzione dell’avvocato. “Avvocato meno male che mi ha mancato!”. “Ma come – rispose tutto rarefatto – ti ho centrato in pieno”. La sua singolare ironia lo ha reso famoso anche negli ambienti del foro, ma soprattutto era molto noto nella sua città, che piano piano cresceva. Era nato nel 1929, si è laureato in Giurisprudenza per poi esercitare la professione come Penalista. Malgrado gli sforzi per tenere a riparo la famiglia, dalle sue grottesche avventure, la mamma, spesso è riportata nei racconti. Lui era indiscusso protagonista, ma con il suo alter ego, la spalla, il signor Nino Fallica che ne raccontava i risvolti sarcastici. Personaggi che potrebbero benissimo uscire fuori dalla penna dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes, autore del don Chisciotte. L’avvocato e il suo ronzino, anzi la sua seicento che lo riportava a casa dopo ogni fatica, in piazza Umberto. Anche la Fiat seicento, protagonista di incidenti avventurosi. Orlando e il suo Sancio dalla testa apparentemente vuota, il signor Fallica. Amavano andare a caccia. Una volta l’Avvocato prima di uscire da casa, ha consigliato alla madre di non preparare nulla a pranzo, alla pietanza ci avrebbe pensato lui. Insieme all’amico, usciti presto la mattina, non hanno mai sparato un colpo. I due si convincono che sarebbe stato cosa buona tornare in paese, comprare un grosso coniglio, per poi fingere di averlo preso durante la battuta di caccia. E così scongiurare lo sfottò degli amici, se mai fossero tornati a mani vuote. Si recano presso una masseria della periferia, e dopo vari traccheggi, riescono a comprare ancora vivo, la futura preda. Tornati in campagna, hanno legano il coniglio e poi appeso ad un ramo. A sparare il primo colpo, proprio lui l’avvocato. Cerca di mirare bene e spara, ma anziché colpire il coniglio, spara al cappio, Avv. Orlandofacilitando la fuga dell’animale. Haimé che guaio, decisero di far rientro a casa, ma il compare d’avventura non esitò a rendere pubblica il singolare episodio. Si potrebbe riempire un archivio di episodi, intrisi di sottile ironia che l’avvocato esercitava forse inconsapevolmente, ma che lo rendeva simile al nazionale Alberatone Sordi. Si racconta che fosse anche un buon avvocato. Sulla gradinata del Monastero, quasi sul finire degli anni sessanta, avvenne un fatto delittuoso, fu aggredito e ucciso a coltellate un omosessuale. Fu catturato l’omicida e successivamente avviato il processo. L’avvocato Orlando prese la cura della parte offesa. Nei giorni del processo molti paternesi si recarono per assistere al processo presso il tribunale di Catania. Testimoni raccontano che il processo sembrava aggiustato, quasi volgesse a favore dell’omicida. Quando prese a parlare l’avvocato Orlando, attuò la sua solita ironia socratiana dove bisognava trovare da soli la risposta, tutti tacquero. “Signor giudice e signori della corte – sembra quasi una scena dello spettacolo di Fiorello – ¨ U mottu e motto e u vivu è vivo. Ho capito che questo processo si deve fare, ebbene il mio cliente, non è morto con un colpo di coltello, ma è stato scannato come un sciareddu con quindici colpi di coltello…” dopo quella singolare arringa, l’omicida fu condannato a trentanni di carcere. Pena ridotta nei gradi successivi.

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