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Tanino PalumboQuando un artista comincia a essere cosciente di essere riconosciuto, e si distingue per le sue opere,  non immagina nemmeno, di fondare uno stile, se pure consapevole di far parlare le sue opere. Se i lavori parlano della sua terra, della sua gente, delle sue radici, la sua arte è destinata a durare nei secoli. Tanino Palumbo ha raggiunto questo traguardo, ma la sua terra la sua gente oggi non lo riconosce, lo ha dimenticato. L’abulica città di Paternò, da molto tempo ha in se un maledetto virus, ingoia vorace, metabolizzando tutto con assoluta indifferenza. In vita il pittore ha ricevuto molti riconoscimenti locali e nazionali, di lui ci sono molte note di merito scritte qua e la, da critici famosi. Ma dopo la sua scomparsa nulla più. Il 12 gennaio del 2004 fu il giorno più lungo della sua vita. Aveva appena ricevuto la comunicazione, per la prima volta l'accademia “Belle Arti” di Catania gli affidava il Patrocinio per una mostra su Catania. Un evento mai riconosciuto a nessun artista ancora in vita. Col figlio Giuseppe, era andato a far visita al rettore Enzo Indaco, non si aspettava un riconoscimento così importante, ci teneva a lasciare un segno tangibile nella sua terra. Tornato a casa felice, come i bambini non riusciva a trattenere la gioia, ma appena poche ore dopo morì. Altre volte questo giornale (La Gazzettarossazzurra) lo ha decorosamente ricordato, lo rifacciamo ancora in questa rubrica dei personaggi, insieme al figlio Giuseppe.

 Anche Tanino Palumbo come tanti uomini illustri ha vissuto gli anni difficile della grande guerra. Nato nel 1922, da ragazzo riuscì a diplomarsi come agronomo, lavoro che non esercitò mai, la sua passione per la pittura lo tormentava. Insieme ad altri coetanei frequentava un circolo di pittori, sotto l’attento sguardo del pittore Salvatore Palumbo (altro talento dimenticato) che non era suo parente. Riuscì a diplomarsi presso l’accademia di Belle Arti a Palermo, questo gli permise di iniziare la carriera di insegnante. Da giovane fu tra i volontari del post guerra, insieme ad altri coetanei a cavallo, provvedevano a sminare il territorio dai residui bellici, era un bravo dissinescatore di spolette. Un uomo semplice “Era un papà come tutti gli altri – racconta oggi il figlio Giuseppe – niente di eccezionale, era molto attento alla famiglia, amava i suoi figli, amava la sua città. In epoca remota quando anche tutti i suoi amici si trasferivano a Milano, gli fu chiesto di andare via, ma con la complicità della mamma, rimase nella sua terra. Nulla però gli impediva di viaggiare, per lui erano evasione d’arte. La sua arte è tipicamente Siciliana, anzi un filone riguarda le zone del Belice subito dopo il disastro del terremoto, dove prese spunto per molte sue opere”.  
I colori brulli della terra dell’argilla, ma anche le donne anziane e goffe avvolte con lo scialle. Ormai figure quasi scomparse. Ma tuo papà aveva un rapporto particolare con i pupi?  “Si quello con i pupi fu per lui un rapporto viscerale. Ricordo da bambino eravamo in Lombardia, durante una mostra in una galleria, aveva portato alcune opere con i pupi. Un signore da noi sconosciuto, pur non vedendo la firma, si avvicina al quadro, esclama “Questo è un Palumbo!” lo riconosce dal particolare delle armature. Fu un’enorme gioia per papà”.
ei primi anni del 70, insieme ad altri suoi amici, fu costituito un comitato per salvaguardare i beni monumentali della città, cosa ricordi ? “Anche se non ho buona memoria, credo sia rimasto un episodio cartaceo. Invece ricordo bene che lui privatamente, si è fatto promotore, trovò i finanziamenti, per la realizzazione della statua bronzea di Giovanni XXIII. Molti forse ricordano che lo scultore Alfio Fallica realizzò un imponente statua in gesso del papa buono. Opera che fu posteggiata a lungo all’ingresso della chiesa di Santa Barbara. Trovati i soldi, non fu più trovata la statua. Dopo alcune ricerche, si venne a sapere che la statua era stata collocata nei locali dell’opera Michelangelo Virgillito, ritrovata danneggiata, la rabbia di mio padre fu enorme”. Solitamente gli artisti sono sregolati e poco miti, come era invece Tanino Palumbo, soprattutto nei rapporti con gli altri artisti? “Aveva un carattere mite e socievole. Anzi aveva un dono, non faceva pesare agli altri quello che donava, trasferiva la sua esperienza ai giovani senza gelosia fu quasi un tutore del figlio di Allegra, per la lavorazione della ceramica Trascorreva molte ore nello studio Le Nid di Barbaro Messina. Era un uomo a cui piaceva donare agli altri le proprie capacità. Basti pensare che tre generazioni di alunni lo ricordano con affetto.” Mentre il mondo e tutto sta cambiando, come vorresti che la città si ricordasse di Taninio Palumbo?  “Una città che perde le proprie radici, che sono rappresentate dalla propria storia, dalle figure patriottiche, perde l’amore per se stessa. Sono consapevole che i tempi sono difficili, ma guai a chi perde il contatto con le proprie radici. Un caro amico di mio papà Nino Lombardo, è tra quelli che lo stimarono in vita e lo ricordano con affetto ancora oggi. Lui è una persona che sta lavorando affinché la città possa ritrovare le radici  sulle maggiori  espressioni d’arte di letteratura  di politica  di Paternò. Non bisogna staccare la spina col proprio passato”. Tanino Palumbo si è spento a 82 anni, l’ultimo suo ricordo credo sia depositato nella mente di molti paternesi. Il giorno dell’Immacolata qualche anno prima della sua morte, come tanti devoti, andò a Piazza di Spagna a Roma. Mentre Giovanni Paolo II  posava la corona di fiori alla Beata Vergine, le telecamere della Rai, durante la diretta televisiva, posarono per alcuni istanti sul volto sereno di Tanino Palumbo. Quella per me fu l’ultima volta che lo vidi.


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