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Quante volte leggendo un libro, non tutto è di nostro gradimento, però quando si arriva nella parte conclusiva, condividiamo parola per parola. Nelle ultime pagine ci immergiamo nella lettura, appassiona ci intriga, quasi a volerne ancora prolungare la fine. Ci scatena la fantasia per tutto quello che poteva essere e invece non è. Sarà per quelle pagine che ci piacciono, da cui ci riscattiamo il godimento dell'intero romanzo. La storia, anzi la vita del signor Festa Gerald è come uno di quei romanzi, dall'inizio squallido, ma dal finale eroico e appassionante.

Brutta, triste e perduta, così appare Paternò oggi, dopo 12 anni trascorsi, del nuovo millennio. Se ci può consolare, forse non sarà per sempre così, a meno che, rivoltandoci indietro, riusciremo ad imperare a vivere, imitando uomini del passato. Quelli molto comuni tra loro, per la loro semplicità, caparbietà, laboriosità ma autentici. Ritorniamo a parlare della piccola Paternò del dopo guerra, della ricostruzione, quando con passi da giganti, diventa una gran bella cittadina.
Una mattina a pochi giorni dall'inizio della quindicina in onore a Santa Barbara, siamo nel novembre del 1943, don Salvatore Costa sorvegliava la sua chiesa. La bella e stupenda chiesa di Santa Barbara, dove lui era felicemente parroco, malgrado a quei tempi mancava di tutto, si mangiava razionato con la tessera. La porta centrale della chiesa, era aperta per i devoti, sin dal mattino presto, ma dalla piazza arrivavano i frastuoni di gente in tumulto. Infatti nei pressi di palazzo Alessi (allora) sede del municipio, si muoveva qualcosa di insolito, la gente affamata saccheggiò gli uffici. Un vigile nel vano tentativo di arrestare la folla, sparò, scaricando tutto il caricatore, ma per fortuna solo un ragazzo rimase ferito. A quel punto la gente inferocita si scagliò contro quel vigile, che fece giusto in tempo a scappare.

 Ci sono usi e costumi dei bei tempi passati, che la società moderna guarda con sospetto e anche molta diffidenza.
Attingendo ancora ai ricordi dell’infanzia, con il prezioso contributo dell’eclettico Ciccio Sammartino, incontrato nelle sconfinate vie internaute, ci è piaciuto fare un triplice tuffo nei comuni ricordi, come in un sogno di mezza estate, utilizzando con piacere, i mezzi che la modernità ci mette a disposizione, senza però rinnegare le esperienze del passato.
Proprio nei mesi estivi, quando la calura sale, la gente è più propensa ad incontri piacevoli con il vicinato, cercando di sfuggire alla canicola, facendosi compagnia fino a tarda ora. Era questo un motivo, per cui da piccolo stavo volentieri con la mamma i parenti e i vicini, che si favorivano in tutto, spesso però, era il cucito il comune denominatore delle donne. Solo a tarda sera, dalla campagna rientravano i papà.

Nelle città antiche, per esempio in quelle dei romani e prima ancora in quelle dei greci, nelle piazze nei luoghi pubblici, ma anche nelle case, cerano sempre delle statue. Alcune raffiguravano gli dei del tempo, altri rappresentavano personaggi importanti, per esempio personaggi contemporanei come l'imperatore Giulio Cesare, o i senatori i filosofi. Opere d'arte in marmo o bronzo, magnifiche presenze silenziose, che stavano a rappresentare ognuno la propria fama.  La scultura in assenza della televisione e della rete cibernetica, certamente aveva un ruolo importante nella vita di una comunità. Nei tempi più moderni, il modo di far parlare di se è cambiato, anzi è cambiato tutto il mondo.  Alcuni dei personaggi che abbiamo ricordato in questa rubrica, dopo anni dalla loro scomparsa, sono per la nostra Paternò personaggi silenziosi, ma in qualche modo,  hanno tracciato un solco, facilmente riconoscibile, ma che non rimarrà scoperto ancora per molto tempo. 

famiglia_sambataropNegli spazi segreti, nell'archivio della memoria, come nebbia al porto che offusca l'orizzonte,  il tempo corre inesorabile ormai lontano, sbiadendo i ricordi. Non più confusa nella nebbia, riemerge la storia di una laboriosa famiglia paternese, quella di Domenico Sambataro u curdaru. Perchè raccontare oggi questa storia? Forse perché agli inizi del secolo scorso, vi erano molti disperati a pancia vuota? E ora, stiamo tornando indietro? Molti sono i motivi che mi inducono a scrive di questa famiglia. In ordine, per questioni affettive. Favorire la memoria delle nuove generazioni, che non sanno quando a Paternò vi era una fiorente produzione di corde.Chiunque si è trovato a visitare la città di Archimede, quando si giungeva nella latomia del Paradiso, prima della chiusura per motivi di sicurezza, si ritrovava nella famosa grotta dei cordai, dove anticamente i siracusani sin dal XVIII secolo facevano le corde. Una viva testimonianza dai due volti, quella di uomini disperati e appassionati, che per vivere tessevano le corde da vendere ai marinai.

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