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Meno cemento, più verde: è forse chiedere troppo?
Per il bene comune, la salute e la qualità della vita.


Ogni mattina all’alba molti uomini si alzano, prendono gli attrezzi e vanno a tagliare gli alberi. Squadre di operatori forestali ben intruppate, per le ditte boschive che cercano le piante “martellate”, o anche scelte a caso, avendole avute in grazioso dono o in “conto legna” dal politico di turno...
Avendo ben cura di far crollare quelle destinate al taglio sugli alberi circostanti più grandi e appetibili, in modo che queste cadute “inevitabili” procurino più massa legnosa.
Torme di operai immigrati all’affamata ricerca degli alberi migliori, per l’impresa che poi li trasformerà in truciolati, cippati, pellet o tannino.
Gruppi di tagliatori di pioppi destinati a fornire tonnellate di carta, perché possano realizzarsi quei pesanti quanto inutili inserti dei quotidiani, sovraccarichi della più sciocca pubblicità. E ora, da qualche tempo, anche mattinieri “giardinieri” del Comune, con l’incarico esplicito di far sparire gli alberi dalla piazza, prima che la gente si alzi e possa protestare.
Spergiurando poi che erano pericolanti, anche se invece apparivano solidissimi.
Alla radice di questa corsa al taglio stanno varie motivazioni, spesso diverse ma sempre assai poco nobili.
Il guadagno e il profitto, in nome del sacro PIL.

La smania di costruire, allestire parcheggi, evitare il fastidio delle foglie cadute.
Il pretesto che gli alberi erano gravemente malati, con la compiacente certificazione dell’immancabile esperto per ogni stagione. E così via... Ma in questo modo il bosco viene “ripulito”, diventando sempre più vulnerabile e privo di vita. E i solenni viali storici scompaiono d’incanto, per aprire il varco a colate di cemento, o nel caso migliore a nuove forniture di pianticelle a cura di solerti vivai, ormai dilaganti intorno alla città. Pochi si domandano dove finisca la legna, e quali giri d’affari si celino dietro alla frenesia della scure e della motosega.
E che miseria, che cecità in tutto questo... Come si può pensare che il clima non ne risenta, la salute non ne soffra, la qualità della vita non peggiori?

Un albero grande e bello costituisce un patrimonio insostituibile. Abbatterlo, rimpiazzandolo con una giovane pianta, non garantisce affatto gli stessi benefici. La superficie fogliare di un alberello è di circa un metro quadrato, vale a dire oltre mille volte inferiore a quella d’un albero adulto. Un albero sano e maturo, con una chioma di quindici metri di diametro, ha una superficie fogliare totale di circa duemila metri quadrati. Filtrerà oltre una tonnellata di pulviscolo l’anno, assorbendo così sostanze inquinanti, polveri sottili, nano particelle, batteri invadenti e altri corpuscoli. Ecco perché l’inquinamento, in un buon parco urbano, risulta dieci volte inferiore a quella delle vicine strade oppresse dal traffico.
Ogni giorno circa cinquantamila metri cubi di aria passano attraverso l’albero, che utilizza l’anidride carbonica e distrugge l’ossido di carbonio. Nel giro di una stagione di crescita, un albero adulto produrrà tanta aria pulita da soddisfare le esigenze di una persona per un anno.
Lo stesso albero può attenuare e dimezzare la velocità del vento, attutire i rumori,
assicurare ombra e frescura: sotto alla sua ampia chioma, la temperatura può ridursi di parecchi gradi, e l’effetto della calura viene nettamente smorzato.
Per non dire della bellezza, dell’effetto estetico riposante del verde, degli insetti, uccelli e pipistrelli che vi albergano, si nascondono e nutrono al suo riparo, dell’ispirazione senza prezzo offerta a chiunque lo ammiri o vi passi accanto...
Ecco perché ogni mattina, mentre gli altri corrono a tagliare, una moltitudine più folta dovrebbe riflettere su questo, interrogarsi, parlarne. E magari scrivere lettere ai giornali, interpellare i responsabili, organizzare incontri e conferenze, mobilitarsi e scuotere i politici. Per far loro vedere, e capire, quello che loro sembrano non voler vedere, né capire.


Clima stravolto? Ecco perche’...

Ormai anche i più scettici debbono arrendersi: la situazione non è normale, il clima sta davvero cambiando. Molto rapidamente, come non era mai avvenuto nei secoli passati. Le stagioni si dissolvono, si passa dal caldo al freddo nel giro di qualche ora, piovono bombe d’acqua, grandina o nevica d’improvviso, con bruschi eccessi imprevedibili che non giovano alla flora e alla fauna, né alle coltivazioni e alla salute dell’uomo.
Addio al clima temperato, stiamo entrando dunque nella fase subtropicale.
Del resto, come illudersi che potesse andare diversamente?
Come pensare che il continuo oltraggio alle leggi della Natura e il dilagante sfregio a Madre Terra non avrebbero sortito nessun effetto? Strage di alberi, assalto alle foreste, cementificazione dilagante, inquinamento massiccio ed effetto serra, con il conseguente smantellamento dei processi
biologici, fisici e chimici, e la distruzione degli equilibri ecologici che rappresentano la base della vita stessa. Forse la Natura aveva avuto fin troppa pazienza, e ora sta presentando il conto...
Alle prime avvisaglie, l’uomo “sapiente” aveva risposto con sprezzo e incoscienza. Agli allarmi più seri e recenti, invece, non sa opporre che un diluvio di chiacchiere.
Ma cosa avverrà dopo?
La progressiva devastazione del “Manto Verde” del Pianeta sta portando fatalmente verso l’aridificazione e la desertificazione, la carenza idrica e la perdita di biodiversità, l’isterilimento delle forme più ricche, varie e rigogliose di vita naturale, e di riflesso anche umana.
Paesi più attenti e responsabili stanno correndo, sia pur tardivamente, ai ripari.
In Africa, Kenia, Niger e Senegal piantano milioni di alberi per arrestare il deserto che avanza, né sono da meno la Cina e l’India, e molti altri Paesi del mondo... Per non dire dell’Australia, che si è formalmente impegnata a piantare ben un miliardo di alberi nel prossimo trentennio, per contrastare efficacemente l’effetto serra. E l’Italia? Staremo a vedere...
Per ora, forte delle manovre politico-normative-industriali che sostengono a gran voce il TUF, prepara le ruspe e affila le motoseghe, pronta a radere al suolo migliaia di ettari di foreste. O magari si accinge a bruciare i boschi, in nome del geniale “fuoco prescritto”, come fa la civilissima Regione Toscana. Con quale motivazione? Semplice, una volta percorso da questo fuoco provvidenziale, quel bosco non potrà più essere incendiato! E’ proprio l’Uovo di Colombo, strano non averci pensato prima.

Roma, marzo 2019
Centro Parchi Internazionale


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