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 Ci sono usi e costumi dei bei tempi passati, che la società moderna guarda con sospetto e anche molta diffidenza.
Attingendo ancora ai ricordi dell’infanzia, con il prezioso contributo dell’eclettico Ciccio Sammartino, incontrato nelle sconfinate vie internaute, ci è piaciuto fare un triplice tuffo nei comuni ricordi, come in un sogno di mezza estate, utilizzando con piacere, i mezzi che la modernità ci mette a disposizione, senza però rinnegare le esperienze del passato.
Proprio nei mesi estivi, quando la calura sale, la gente è più propensa ad incontri piacevoli con il vicinato, cercando di sfuggire alla canicola, facendosi compagnia fino a tarda ora. Era questo un motivo, per cui da piccolo stavo volentieri con la mamma i parenti e i vicini, che si favorivano in tutto, spesso però, era il cucito il comune denominatore delle donne. Solo a tarda sera, dalla campagna rientravano i papà.

Sin dalla mattina presto, le mie cugine cucivano abiti, anche per estranei. Nel cortile c’era sempre un viavai di gente che veniva solamente per prendere consigli da Angelina, la sarta più esperta. Ero piccolino, però mi divertiva quando venivo coinvolto, aiutandole a togliere dai tessuti tutti i filamenti inutili. Da ragazzo poi cominciai a fare il garzone da Mario Maugeri, il sarto di via Roma. Cominciai a imparare i primi rudimentali punti; “u ttallato” ¨  supramano” il punto mosca ecc. Mi furono molto utili quando da militare mi serviva attaccare qualche bottone o accorciare il pantalone della divisa. Quella che apparentemente sembrava la mia vocazione, il sarto, da adolescente svanì. Ma ricordo ancora esattamente, i pettegolezzi delle donne che portavano “a robba” da cucire.

Dopo averla osservata, tastata con le mani, ecco puntuale la solita domanda. “bella iè, dove l’avete comprata?” senza esitare, quasi a vanto “No puntinaru” era solito sentirsi rispondere. Ma chi era u “ Puntinaru”? “Mio nonno, Giuseppe Sammartino – mi risponde su facebook,  Francesco Sammartino da tutti gli amici chiamato Ciccio - fu lui che iniziò, come per i casati nobili, a introdurre questo titolo.” Ah come sarebbe bello che le nuove generazioni, scoprissero la vita dei propri noni, degli antenati; da cui trarre insegnamento. E oggi, di necessità bisogna farne virtù. “Mio nonno originario di Scordia, era un Carabiniere a Cavallo. Era la fine dell’ottocento quando lui fu trasferito per servizio a Paternò. Giù per Pietra Lunga, nella via che portava verso Adrano, Bronte c’era l’incremento ippico, dove i corrieri a quel tempo si fermavano con i cavalli, oggi ci sono ancora le stalle abbandonate. A Paternò mio nonno si invaghì dell’avvenente Giuseppa Zapparota. La divisa ha sempre un suo fascino. Fu amore a prima vista, ma lui ancora molto giovane sotto le stellette, non poteva fidanzarsi. Questo impedimento lo portò come tanti uomini di allora a fare la fuitina. Questo gesto d’amore, se pure gli consentì di mettere su famiglia, in effetti gli impedì di continuare a fare il carabiniere. Come guadagnarsi da vivere e soprattutto come mantenere la giovane moglie?”
 L’Italia piano piano si unificava, ai primi del novecento, fin oltre, dopo la seconda guerra mondiale, contrariamente a quanto si può immaginare, la Sicilia malgrado l’arretratezza culturale, aveva un Pil (oggi si dice così) superiore al Piemonte. Era l’inventiva la laboriosità della sua gente, che sapeva attrezzarsi e contribuire alla ricchezza della Nazione. Francesco Sammartino racconta come suo nonno cominciò a farsi i soldi. “Non è proprio così. Mio nonno senza mai umiliarsi si mise a tracollo la Bardella, girando le vie di Paternò. Era un venditore ambulante,  cominciò a vendere merletti e pizzi fatti a mano, da questo appunto prese il soprannome  u¨ puntinaro”. Mia nonna, donna  forte e tenace aprì il negozio in via Cavallotti, si chiamava così in origine via Roma. Da lei, da ogni parte della provincia, venivano i mercanti di stoffa, per vendere le stoffe pregiate, e soprattutto a “tila di pircallo” o “pelle dovu” che le signore di una certa età conoscono e sanno cos’è.”   Così inizio la dinastia dei puntinari. Giuseppe Sammartino fu padre di undici figli sette femmine, tutte dedite all’insegnamento. Quattro maschi, il più grande Rocco, giovane Bersagliere morì nella campagna di Tripoli. Saro, Alfio e Salvatore invece continuarono a vendere stoffa. A tutte le stagioni si potevano trovare insieme nel banchetto dalla fiera rionale di Sant’Antoni. Non avevano rivali nemmeno la signora Giacomina e il simpaticone suo marito don Salvatore Pina riuscivano a farle concorrenza. “Mio nonno, i miei zii e mio padre vissero in un periodo bello e fiorente della città. Alla donna piace molto apparire, anche quando c’erano ristrettezze economiche, si comprava a rate. Da piccolo vedevo i quaderni con gli appunti degli acconti settimanali. Si vendeva a credito anche al mercato, e gli affari andavano bene. Ma quando il mercato, verso gli anni 82/83 fu trasferito, i miei smisero l’ambulandato, i tempi erano maturi per le confezioni di fabbrica e i grossi centri commerciali, allora gli affari cominciarono a diminuire. Questa è la storia di una comune famiglia paternese, malgrado il plateale folclore, dipinge esattamente la crescita economica e sociale di molte famiglie del secolo scorso, di una Paternò che purtroppo ora non c’è più.

 

 

 


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