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Nelle città antiche, per esempio in quelle dei romani e prima ancora in quelle dei greci, nelle piazze nei luoghi pubblici, ma anche nelle case, cerano sempre delle statue. Alcune raffiguravano gli dei del tempo, altri rappresentavano personaggi importanti, per esempio personaggi contemporanei come l'imperatore Giulio Cesare, o i senatori i filosofi. Opere d'arte in marmo o bronzo, magnifiche presenze silenziose, che stavano a rappresentare ognuno la propria fama.  La scultura in assenza della televisione e della rete cibernetica, certamente aveva un ruolo importante nella vita di una comunità. Nei tempi più moderni, il modo di far parlare di se è cambiato, anzi è cambiato tutto il mondo.  Alcuni dei personaggi che abbiamo ricordato in questa rubrica, dopo anni dalla loro scomparsa, sono per la nostra Paternò personaggi silenziosi, ma in qualche modo,  hanno tracciato un solco, facilmente riconoscibile, ma che non rimarrà scoperto ancora per molto tempo. 

Abbiamo parlato sopratutto di personaggi umili, e anche di altri appartenuti alla borghesia, di questi però, non c'è una statua, non si pretende tanto, per esempio eccezione fatta per Ciccio Busacca, nessuno, ha intitolata una via o una piazza. Nella nostra città, hanno vissuto persone che per le loro bravate, per le loro gesta sono dei giganti. Ha ragione il professore Barbarino Conti, quando dice “Nessuno ne parla sui libri, ne sulle enciclopedie”. Perché siamo fatti così, ci manca quella vivida curiosità, anzi tendenzialmente cerchiamo di cancellare tutto, privandoci del senso di appartenenza.

La storia che vi racconto ha una sua unicità, anche questa degna di cronaca. Salvatore Romeo un bellissimo ragazzo nato nel 1897, come tanti suoi coetanei, a quel tempo per la Patria è un prezioso Fante da spedire al confine.   Allo scoppio del primo conflitto mondiale, l'Italia geograficamente non è ancora completata. Se al nord fra i giovani fioriscono gli esoneri, giustificati per la necessità di mandare avanti l'industria bellica, rimaneva il sud dove si attingeva facilmente per reclutare militari da spedire al fronte. Il generale Cadorna più volte dipingeva il sud, ed in particolare la Sicilia un covo di renitenti disertori. Dalle nostre parti qualche anziano, pochi ormai rimasti, raccontano di molti giovani, i quali cercavano espedienti per non partire al fronte, la morte faceva paura. Ma contrariamente alle parole del generale Cadorna e più recentemente il senatur Bossi, l'isola pagò un prezzo salato 50 mila morti. Tra i giovani che provarono a rendersi inabili anche Salvatore Romeo, così qualcuno ricorda. Consigliatosi con qualche amico, gli fu suggerito di spargersi negli occhi un unguento, prima di passare la visita di leva.   A parere dell'amico, l'unguento doveva offuscare temporaneamente la vista. Ma trascorsi i primi otto giorni, la vista per Salvatore non ritornò anzi peggiorò ulteriormente. Quel brutto espediente e sopratutto la paura di andare al fronte, gli costarono la vista per sempre. Non sappiamo con esattezza se lui si fosse mai pentito di quel gesto, quell'handicap non gli permise una vita regolare non si sposò, anche se per molto tempo visse insieme ad una donna cieca. Quasi tutta la sua vita era piazza Vittorio Veneto, era molto conosciuto, sopratutto amato e rispettato dai suoi vicini. Ad inizio lo Stato Italiano non gli voleva riconoscere la cecità come malattia, ma poi ebbe un sussidio per poter vivere. Se come si dice il corpo e la mente non sono mondi separati, anche se privato della vista, lui viveva bene.   Nella sua dimensione interiore stava bene, probabilmente era in sintonia coi i valori interiori e stava bene con se stesso.  L'associazione dei ciechi gli affidò come guida un cane di compagnia. Kira fu il primo pastore tedesco che lo accompagnò per cinque anni, poi arrivò Laila, Laika e Gilla. Bastava che gli comandasse di andare in farmacia, il cane silenzioso, piano piano lo portava nel luogo chiesto. Ad accudirlo per molto tempo ci pensò un suo nipote con la famiglia, Barone Giuseppe con la moglie ora novantenne Rosa Villano, questi lo accudirono fino alla morte. Il signor Romeo si fermava a parlare nel negozio del signor Arancio, con Rosa Arancio parlava volentieri. Così come con la dirimpettaia, la professoressa Carmelina Sammartino con loro spesso si soffermava, raccontando storie da libro Cuore, come “Le portatrice di pane”. Nelle giornate di calura, con qualche amico si portava ai piedi della scalinata settecentesca, per una boria di aria fresca. E nel frattempo si faceva leggere il giornale da qualche amico. La  sua  cecità di sicuro gli cambiò la vita, ma bighellonava con la mente, come dice Socrate per stare bene viveva sognando. E' stato un uomo solidale con gli altri.  Per molto tempo fu responsabile dell'associazione ciechi di Paternò, svolgendo attività di patronato nei locali della Polisportiva, dove si prodigava per altri ciechi, a lui gli affidavano di portare avanti pratiche e richieste di assistenza ai diversamente abili. Nella vita di quest'uomo c'è un segno importante, anzi per tutti coloro (anche per me) che credono nell'altra vita. Morì nel giorno dedicato alla santa protettrice dei ciechi, la Vergine martire Santa Lucia, era il 13 dicembre del 1981.


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