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Brutta, triste e perduta, così appare Paternò oggi, dopo 12 anni trascorsi, del nuovo millennio. Se ci può consolare, forse non sarà per sempre così, a meno che, rivoltandoci indietro, riusciremo ad imperare a vivere, imitando uomini del passato. Quelli molto comuni tra loro, per la loro semplicità, caparbietà, laboriosità ma autentici. Ritorniamo a parlare della piccola Paternò del dopo guerra, della ricostruzione, quando con passi da giganti, diventa una gran bella cittadina.
Una mattina a pochi giorni dall'inizio della quindicina in onore a Santa Barbara, siamo nel novembre del 1943, don Salvatore Costa sorvegliava la sua chiesa. La bella e stupenda chiesa di Santa Barbara, dove lui era felicemente parroco, malgrado a quei tempi mancava di tutto, si mangiava razionato con la tessera. La porta centrale della chiesa, era aperta per i devoti, sin dal mattino presto, ma dalla piazza arrivavano i frastuoni di gente in tumulto. Infatti nei pressi di palazzo Alessi (allora) sede del municipio, si muoveva qualcosa di insolito, la gente affamata saccheggiò gli uffici. Un vigile nel vano tentativo di arrestare la folla, sparò, scaricando tutto il caricatore, ma per fortuna solo un ragazzo rimase ferito. A quel punto la gente inferocita si scagliò contro quel vigile, che fece giusto in tempo a scappare.

Trovata la porta aperta della chiesa di Santa Barbara, provò ad entrare in cerca di riparo, ma si trovò di fronte quel giovane prete, che dalle spalle lo ributtò sulla piazza, in balia dell'ira della gente, che continuò ad inseguirlo. Forse fu questa una colpa da espiare, poiché il Vescovo di Catania mons. Pichinenna, dopo poco tempo lo destinò ad altra sede. Padre Costa obbedendo, lasciò a malincuore quella parrocchia, per andare nella chiesa di Sant'Antonio a Piazza Vittorio Veneto. La chiesa non era molto accogliente, diroccata e poco salubre, a prima vista scoraggiava chiunque mettesse piede li, anche uomini di grossa stazza come era don Salvatore Costa. Ma gli uomini di chiesa sanno bene su cui contare, oltre alla Divina Provvidenza c'è sempre Lei, la Madre di Gesù, che viene e ti da una mano. Nato nell'agosto del 1911 Salvatore Costa, cresciuto insieme ai due fratelli e alle sorelle, oltre alla vocazione sacerdotale da giovane amava il canto, lui stesso era una voce da tenore, aveva un debole per Puccini. Raccontava agli amici, quando giovane sacerdote si vestì in borghese, uno scandalo per quei tempi, normalissima abitudine per i preti di oggi, in compagnia del fratello, andò a teatro a seguire un'opera di Puccini.
Aveva 43 anni quando dovette rimboccarsi le maniche, per ricostruire la chiesa, si circondò subito di molti collaboratori. Fu una donna quella che da subito lo aiutò nel suo lungo apostolato, la signorina Teresa Rapisarda, conosciuta da tutti per la sua bontà, nel quartiere e in tutta Paternò. A raccontarci di questa proficua collaborazione è il nipote della signorina, Franco Rapisarda. “In un primo momento il suo trasferimento lo rese infelice, era come cadere in basso. Ma poi col tempo le cose cambiarono. In maniera energica anche spregiudicata, ci demmo da fare, piccoli e grandi. La chiesa all'interno non annovera opere antiche, ma lui cominciò ad abbellirla. Le pitture poi le campane, fece mettere l'orologio, ma il suo grande orgoglio era l'organo, fatto costruire da Ruffatti. Per la ricostruzione della chiesa si dovette escogitare un sistema geniale, per raccogliere fondi. Si mise su una serie di aste domenicale.”

Come spesso accade per ogni essere umano, quando si cimenta in grande opere, subentra l'orgoglio. E i paternesi ne hanno da vendere.

Il benemerito concittadino Michelangelo Virgillito, che tutti a Paternò conosciamo come uomo della Provvidenza, a lui si deve la costruzione del Santuario della Consolazione, gli fu chiesto di elargire un contributo anche per la chiesa di Sant'Antonio, ma qualcosa andò storto. “Molte sfumature ruotano intorno a questa vicenda – racconta Franco Rapisarda – so perfettamente che fra il benefattore e Padre Costa non c'era un buon rapporto. Così raccontava mia zia. Infatti padre Costa avrebbe potuto ricevere una grossa offerta, ma solo a certe condizione (per esempio a quei tempi molti sacerdoti dovevano fare proseliti nei riguardi del partito con lo scudo crociato, insomma la DC. Bastava un rifiuto per essere tenuti in disparte), altrimenti accontentarsi di un modesto contributo. Questo naturalmente non portò a nulla. Mia zia Teresa, gli suggerì che con un milione non si poteva aggiustare tutta la chiesa. A quel punto meglio affidarsi alle sole offerte dei devoti, così che rimanesse per la storia, come i parrocchiani da soli, hanno contribuito a restaurare la loro Casa di preghiera. Così avvenne”. Lo testimonia una lastra in marmo, posta a destra della chiesa “Questo tempio Sacro a San'Antonio è risorto a nuovo splendore restaurato dall'antica squallida vetustà per zelo del parroco Don Salvatore Costa con le offerte generose di molti fedeli ad onore dell'Immacolata” pose l'8/12/1963. Anche dopo aver ricostruito la chiesa, si continuò a fare aste di beneficenza. Una gara di solidarietà tra la signorina Teresa e le amiche del Cif .la sfida per portare dolci da vendere all'asta. Ci prendeva gusto anche “calebba” don Emanuele D'Ali, da ogni vassoio di cannoli con la ricotta, riusciva a batterli a prezzi inverosimili. Ogni domenica era una festa, che bellezza in quel salone, vedere riunita la parrocchia. Molti i suoi collaboratori come l'avvocato Grasso, il professore Carmelo Santangelo , Carlo Palumbo, il signor Dagostino e tanta altra gente del quartiere, carica di buona volontà e sopratutto timorati dal Signore. Molti i giovani a suo seguito.
Don Salvatore Costa era riuscito a radicarsi così bene nel territorio, da meritarsi tanto amore da tutti i suoi parrocchiani. Erano anni belli per tutti, anche per il resto della città. Quest'anno per la festa di Sant'Antoni Abate del 17 gennaio, ormai sguarnita dal folclore, con lucida nostalgia, tornano alla mente quei tempi belli, felici e sicuri. “Padre Costa uno dei sacerdoti più apprezzati – scrive l'onorevole Lombardo nel suo libro – Alto e massiccio, il volto dal colorito bruno, era molto vivace e attivo nelle pratiche pastorali. Possedeva una voce potente e musicalmente ben educata che emergeva nelle messe cantate e nella liturgia corale. Con il maestro Antonio Chiavetta creò a lungo un sodalizio di musica e di canto”. Padre Costa ebbe anche il merito di percorrere i tempi, riuscendo a creare un movimento interparrocchiale. Radicò anche nella parrocchia di Sant'Antonio l'Azione Cattolica. Altra storia la collaborazione con Padre Giovanni Parisi, insieme seminarono proseliti per la devozione a l'Amore Misericordioso e Madre Speranza. Gli ultimi anni della sua vita, furono segnati dalla malattia, non riusciva più a vedere, lasciò questa terra per raggiungere i cori degli Angeli Celesti, presentandosi sicuramente alla Gloria del Padre il 1 agosto del 1985.

 nato il 29/agosto 1911

morto il 1/agosto 1985

sepolto nel viale S.Barbara a Paternò


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