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Quante volte leggendo un libro, non tutto è di nostro gradimento, però quando si arriva nella parte conclusiva, condividiamo parola per parola. Nelle ultime pagine ci immergiamo nella lettura, appassiona ci intriga, quasi a volerne ancora prolungare la fine. Ci scatena la fantasia per tutto quello che poteva essere e invece non è. Sarà per quelle pagine che ci piacciono, da cui ci riscattiamo il godimento dell'intero romanzo. La storia, anzi la vita del signor Festa Gerald è come uno di quei romanzi, dall'inizio squallido, ma dal finale eroico e appassionante.

Ancora una volta la location di questa storia e dell'atipico personaggio, è il centro storico, il quartiere di San Gaetano, dove ho vissuto la mia infanzia. Era questo il periodo, l'estate, quando intere famiglie uscivano a prendere aria fresca, sedute su sedie di zammara, davanti la porta di casa. Nei cortili, che per prima cadevano nell'ombra portando frescura, si animavano. Scendevano sulla strada le sarte, le mamme con il “tularo” a ricamare il lenzuolo per la dote. Anche le fanciulle dopo mesi di scuola, si occupavano a ciondolare con il tombolo. Insieme a parenti o vicini, si passavano ore liete fino a notte, trattando di tutto e di tutti.  Anch'io come i bambini del quartiere, schiamazzavo correndo su e giù per le strade, ancora poco trafficate di auto e motorini. Era la fine degli anni settanta, ricordo quando per la prima volta, entrò nel cortile di via Amore, lui l'americano, da tutti chiamato Gennarino. “Spostatevi tutti per favore - diceva la scaliddota - Gennarino deve entrare con la “Lapa” a portare la legna.” La legna di scarto, prelevata in segheria, per meglio appiccare il fuoco del forno di casa. Era il tempo in cui quasi tutti facevano il pane in casa. Il signor Gennarino col suo mezzo forniva a pagamento, l'approvvigionamento di legna. Una volta scaricato il carico mentre lui andava, alle sue spalle la curiosità delle donne apriva un lungo sipario. Chi era Gennarino? Da dove veniva? E perchè? Era un uomo furbo e mite, anche se si lasciava prendere in giro, solo per convenienza. Un uomo robusto con spalle quasi come un armadio, con problemi di melanina, molto evidente sulle mani, ampiamente macchiate. Sul suo arrivo a Paternò molte sono le ipotesi, ma nessuno ha saputo soddisfare tutta questa curiosità. Lui però ci godeva a mantenere tutto il mistero attorno a se. Dopo anni dalla sua scomparsa, i suoi amici discutono ancora del perchè lui sia scappato dall'America, motivo probabile, un problema di famiglia? O forse un omicidio, come lui voleva far credere? Ma poiché la giustizia americana non è quella di Brasilia, personalmente non credo a questa ipotesi. Quest'alone di mistero lo ha portato sempre con se, nemmeno il suo amico più fedele, ha mai saputo la verità. Viveva in via Tripi, una stanza piccola accogliente, sopra elevata, carica di sistemi di massima sicurezza. Appena entrati colpiscono subito le immaginette sacre del Cuore di Gesù, attaccati al muro, insieme ai lacci rossi scaramantici. Quasi nascosta la piccola cassa forte una volta piena di soldi. Infatti mister Gennarino nella sua semplicità era un uomo che sapeva fare affari. Una delle sue attività rimunerativa, era quella di sgombrare materiale di risulta. Portava in giro anche segatura da piazzare ai bar o uffici. Si racconta che solo lui riusciva a farsi aprire le bussole del Credito Italiano, per entrarvi con la cariola piena di segatura. Quando di rado si recava a Catania presso la Banca Americana, preferiva andare vestito da barbone, racconta il suo fedele amico, ma le riservavano un trattamento da ricco signore. La sua attività assai più redditizia, era quello di riuscire a piazzare come ciondoli, rari pezzi di dollari. “Vuoi u ciondulo” domandava con quella voce inconfondibile, con la “C” da straniero.  Comprava a prezzi stacciati monete di cinquecento lire o dollari di pezzatura rara (magari falsi),  per poi rivenderli anche il triplo del valore corrente. Riusciva a ricavare un profitto mai visto, avvolte triplicato, nemmeno nelle migliori banche Svizzere, Gennarino ci sapeva fare riuscendo a costruirsi un patrimonio. Era  molto parsimonioso superando di gran lunga un tirchio scozzese. Lo conoscevano tutti a Paternò, mister Gerald sapeva guadagnare la stima della gente non sapeva fare male a nessuno. Però quando lo facevano arrabbiare sul serio, imprecava qualche maleficio, accendendo lumini strani, ma nulla di più. I suoi veri amici furono i gatti, che lui chiamava “Aita”. Li trattava come se fossero persone, aveva per loro il massimo rispetto. Aveva anche buoni vicini, e altri suoi amici, naturalmente speranzosi di ereditarne il suo patrimonio. Come un personaggio verghiamo, lui era attaccato alla sua roba, voleva trattenere tutto per se anche fin dopo la morte, per questo si fidava poco, anche degli amici. Come ultimo atto di un romanzo pazzesco, secondo il racconto del suo curatore, il giorno della sua morte nelle ore prima dell'ultimo respiro, chiamati a se testimoni e notaio, durante i preliminari per l'accertamento di intendere e volere, gli furono fatte le fatidiche domande. Come si chiama? Se sapeva leggere e scrivere. Lui rispondeva bene perfettamente lucido. Accertato lo stato di naturale limpidezza, volle fare testamento. A chi intestare i suoi beni? Tutti supponevano la persona che fino a quel momento aveva avuto cura di Gennarino. Invece mister Gennarino, dopo aver meditato qualche secondo a sorpresa disse di no. Lo stupore fu  generale. L'americano se ne uscì dicendo, che il suo amico essendo attaccato al denaro, era dalle mani bucate, per ciò volle lasciare tutto, alla figlia di lui, ancora minorenne. Ma che strani questi americani.


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