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Foto Santi Distefano

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Quando non esisteva la Formula Uno, quando non c’era ancora l’automobile, il carretto a trazione equina, era l’unico mezzo di trasporto, e tra i vetturini di allora, nasceva una modesta competizione del carretto più bello e più veloce. Già nei primi anni del secolo scorso, gli ippodromi nel bel mezzo della Bella Époque, erano luoghi di ritrovo stracolmi di curiosi. Anche il Carretto Siciliano, che scorrazzava tra le vie cittadine ha la sua bella pagina di storia, fatta di bravi carrideri rimasti un pò nell’ombra, per l’arrivo dalla nuova invenzione, la macchina con il motore a cilindri, che sostituiva il carretto e il cavallo, ma non per questo ottimi artigiani.

 Per l’81° mostra internazionale dell’artigianato svoltasi a Firenze dal 22 aprile al 1 maggio 2017, il territorio etneo, Paternò e Nicolosi, è stato rappresentato da una firma di prestigio come quella del maestro ceramista Barbaro Messina. La Fortezza da Basso con la fiera dell’artigianato rappresenta per il made in Italy una vetrina importante, sia per le proposte toscane per le altre regioni italiane, che per i paesi esteri partecipanti. Invitato speciale alla mostra, è stato Barbaro Messina chiamato a rappresentare la Regione Siciliana ed in modo particolare la scuola della ceramica di Nicolosi. “Opus Aetna 2.0” ovvero la lava si veste di colore è il titolo della nuova collezione ci ceramiche, presentate dal maestro ceramista con gli alunni della scuola, una mostra che ha stupito tutti per diversi motivi: La lava e la pietra si vestono di colore dei rossi sgargianti; i grani del melograno o il succo dell’arancio sanguinello dell’Etna; dei verdi intensi della vegetazione degli agrumeti; dei gialli caldi e luminosi del sole o dei limoni; del blu cobalto o dell’azzurro del cielo di Sicilia. Usati allo stesso modo, come una volta lo si faceva nell’arte pittorica dei “carretti siciliani”. Proprio dal Carretto siciliano è arrivata la nuova ispirazione, Barbaro Messina dopo una ricerca grafica, accosta la sua collezione di ceramiche alle sponde del carretto. Riproducendo in chiave contemporanea, le storie della cavalleria rusticana, o le leggendarie storie dei pupi e dei paladini di Francia. Un’idea nata dalla visione di un carretto siciliano tutto particolare, rinvenuto dalla storia.
Riapre una pagina della storia, la nuova collezione del maestro artigiano Barbaro Messina.
Ricorreva il XV° anno dalla nascita del fascismo, siamo nell'agosto del 1937, quell’anno in Sicilia ci sono il Re e il principe Umberto.
Basta rivedere i libri di storia, e rileggere i fasti dell’ultimo viaggio di Mussolini in Sicilia. Il fascismo in Sicilia era arrivato tardi ma s'era radicato in fretta. L'isola restava intimamente estranea allo Stato totalitario, diversa, impermeabile ai proclami e alle pretese di riforma morale avanzate dal regime. Qualcosa sembra cambiare nel 1936, con la conquista dell'Etiopia e la nascita dell'anacronistico impero italiano, gli equilibri cambiano. E anche la geografia. Per il popolo meridionale e specie il siciliano, sconfiggere la fame, significava oltrepassare il Mediterraneo aderendo alla campagna d’Africa. In molti lo hanno fatto, specie operai e artigiani, tra questi anche molti paternesi sono approdati in Africa, come i fratelli artigiani Carmelo e Barbaro Distefano figli del carridiere Salvatore (Turi) Di Stefano.  Intanto, la Sicilia non è più la remota periferia di un centro lontano, viene promossa «isola imperiale» e nodo strategico, ponte fra l'Italia e il nascente impero, come fu molti secoli prima per i romani. Il suo ruolo appare centrale, importante. E’ necessario rifondarne il rapporto col fascismo, urge una simbolica rinascita.  Le grandi manovre delle forze armate sono l'occasione giusta e in Sicilia, nell'agosto del 1937, ci sono il Re e il principe Umberto. Ma soprattutto, dopo il 1924 torna Benito Mussolini.
La visita del duce è minuziosamente preparata, l'isola si para a festa, l’attesa è spasmodica per l’arrivo del duce. Memorabile quel 12 agosto del 1937, proprio da Catania Benito Mussolini dice che per la Sicilia non ci sarà nessun regime speciale, ormai il Nord e il Sud non esistono e «dopo l'Italia sono stati fatti gli italiani».  Nella cronaca dei giornali dell’epoca si legge della «impetuosa accoglienza» di Catania e dell’ingegnere Michelangelo Mancini, il quale preparò minuziosamente l’accoglienza. Fra le tante manifestazioni d’affetto verso il duce, si racconta di un carretto siciliano realizzato dalla maestranza paternese, portato fin sotto il palco, proprio davanti a Benito Mussolini, il quale vetturino il paternese Giuseppe Marletta (Puddu quadaruni, da li a poco, sarebbe diventato controfigura dell'attore Carlo Ninghi, nel film Cavalleria Rusticana del 1939), con grande maestria arrivato davanti al palco in piazza duomo sotto gli occhi del duce, con un colpo di zotta (frusta) fece impennare il cavallo a mò di saluto, sbigottendo il duce. Quel carretto fu consegnato in dono Benito Mussolini, ma per le note e triste vicende che seguirono poi, la guerra e la catastrofica fine del fascismo, quel carretto rimase a Catania.
Il carretto siciliano solitamente è composto dal fonnu di càscia, cioè il pianale di carico prolungato anteriormente e posteriormente da due tavulàzzi, sul quale sono montati parallelamente due masciddàri (dal siciliano mascidda, "mascella") ovvero le sponde fisse del carretto, e un puttèddu (portello posteriore) removibile per agevolare le operazioni di carico e scarico. Ogni masciddaru è suddiviso equamente in due scacchi (i riquadri in cui vengono dipinte le scene), nel putteddu invece vi è uno scacco centrale fra due scacchi più piccoli. I scacchi sono divisi da un segmento verticale che congiunge i pannelli al fonnu di cascia: 6 in legno chiamati barrùni equamente divisi fra masciddari e putteddu, due in metallo denominati centuni presenti solo sui masciddari. Questa sezione "contenitiva" sormonta il gruppo portante del carretto chiamato traìno, il quale comprende le aste e la cascia di fusu, a sua volta costituita da una sezione di legno intagliato sormontata da un arabesco di metallo. Nei carretti alla patrunàli meno pregiati, la preziosa cascia di fusu viene sostituita dalle balestre. Fra le aste sotto i tavulazzi vengono montate due parti in legno chiamate chiavi, una anteriore ed una posteriore. La prima altro non è che una semplice barra ricurva, la seconda invece consiste in un bassorilievo intagliato rappresentante una scena, solitamente cavalleresca, che può assumere diversi gradi di pregevolezza.

Il cavaliere Luigi Maina, nella sua stanza al primo piano del palazzo degli elefanti, è custode geloso di alcuni pezzi di quel carretto siciliano, realizzato per farne dono a Mussolini. Anche dopo 80 anni, ma non li dimostrano, si conservano con la brillantezza dei colori sgargianti come appena fatti, pezzi per anni dimenticati negli scantinati del Castello Ursino, poi abbandonati nella falegnameria del comune, infine prima di essere destinati nella spazzatura l’emerito cerimoniere li ha riportato alla luce, ospitandoli nella sua stanza. I pezzi di cui prende ispirazione il maestro ceramista Barbaro Messina sono; un sopra fuso arabesco con le mensole, due sponde masciddaru, e un funnu di cascia. Carretto siciliano realizzato su commissione nel 1937, scolpito da Francesco Astuti con i fratelli, Simone e Liberto. Dipinto da don Antonino Liotta e il ferro battuto, forgiato da Sebastiano Russo, scene che raccontano di Rizzieri nell’ impresa di liberare Fioravanti, tutta opera della maestranza paternese. Pezzi di carretto di grande bellezza e che al giorno d'oggi sono rari oggetti d'arte artigianale e che racchiudono in se, la storia antropomorfica dei siciliani e della Sicilia.

In tutta la trinacria fiorivano botteghe del carretto, nascevano le varie scuole del tradizionale carretto siciliano, ed ogni anno, in diverse città dell’isola si svolgevano concorsi per il carretto più bello. Non era difficile tra la fine del 1800 e la prima metà del secolo breve, trovare bravi carrideri a Paternò. Questo il probabile motivo per cui fu commissionato agli artigiani paternesi, il carretto di Mussolini.  In ordine alfabatico troviamo Francesco Aiello, Nzuddu (Vincenzo) Anicito pittore, i fratelli Francesco (scultore), Liberto (carrozziere) e Simone Astuti con la bottega in via G. Verga. Turi (Salvatore) Bellissimo. Don Carmelo Brasile (testa di tummino). Turi (u baccalaru) Ciancitto. Vincenzo Ciaramella (pittore). Salvatore Cosentino. Salvatore Distefano. Pippo Fallica. Pippino Mazzamuto u suddunaro (la scocca) Concetto Messina. Francesco Nicolosi. Sebastiano Russo detto frasciami (firraru). Angelo Sciacca. Giuseppe soldano genero di Leotta pittore. Giovanni Sorbello, Eugenio Tomasello e Alfio Villani suddunari. Virgillito detto tramola. Alfio Virgillito e Saro Vittorio pittori. Di Antonino Liotta scrive Barbaro Conti: Morto a 63 anni. Fu apprezzato pittore di carretti siciliani, che istoriava con gioiose e drammatiche raffigurazioni dei poemi epici e cavallereschi, con scene e personaggi immortalati da poeti e musicisti, sempre cari e vivi nel cuore, nella fantasia, nell’immaginazione genetica e memoriale del popolo siciliano. Don Antonino Liotta dipingeva folkloristici carretti in piazza san Giovanni ai lati della via Strano. Nell’arte decorativa del carretto fu un maestro e, forse, uno dei più rinomati rappresentanti della pittura eroico-cavalleresca del novecento in Sicilia. Il pittore Saro Vittorio fu maestro e Nino Liotta il quale ebbe nella sua bottega come allievi aiutanti: il nipote Vito Giuffrida, Vincenzo Ciaramella, Vincenzo Anicito, Francesco Rapisarda e Alfio Virgillito. 


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