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Il carretto siciliano comparve nei primi anni dell'Ottocento e venne utilizzato come mezzo di trasporto dei prodotti agricoli. Ben presto si affermò in tutta l'isola soprattutto nel Palermitano e nel Catanese.


Su questo mezzo si è sbizzarrita la fantasia artistica degli artigiani dell'isola, non solo per la parte tecnica costruttiva, ma principalmente per le decorazioni delle sue parti; il Palermitano è caratterizzato dal colore giallo-arancio e il Catanese dal colore rosso. La vivacità dei colori usati esprime maggiormente le figure riprodotte, che si riferiscono a scene sacre, familiari, cavalleresche, ad a episodi della storia romana, greca, medioevale, moderna e scene delle più note opere liriche. Se nei primi decenni di produzione le fiancate dei carretti erano scolpite e dipinte con soggetti sacri, successivamente il repertorio si arricchì di nuovi temi - grazie all'influenza dei cantastorie - che andavano in giro per la Sicilia narrando le gesta di cavalieri: Orlando, Rinaldo, Carlo Magno, i più valorosi paladini delle leggende cavalleresche sono tra i grandi protagonisti dell'arte siciliana essi vengono rappresentati in tutto e per tutto nelle pitture dei carrettieri. Ai Santi, quindi, si alternarono storie di paladini e scene della "Cavalleria Rusticana", la novella che Giovanni Verga aveva dedicato alla figura del carrettiere. Nella provincia di Catania si distinsero diversi centri di produzione con maestri carradori che, nel tempo, affinarono le tecniche per elevare uno strumento di fatica umana ad opera d'arte. Nello scorso secolo quest'arte ebbe magior sviluppo nell'acese, in particolare ad Aci Sant'Antonio, dove sorsero botteghe di fabbri e pittori per la produzione di carretti, tra queste, la bottega del Maestro Domenico Di Mauro definito dal Nobel Quasimodo "il Michelangelo dei carretti". Oggi la produzione dei carretti è utilizzata esclusivamente a scopi folkloristici e museali.

La Struttura
Il carretto è composto da quattro parti principali: le ruote, la cassa (parte contenitiva), le stanghe e il gruppo portante centrale detta cascia di fusu.


La Ruota
Il diametro medio delle ruote del carretto può essere di m.1,28 a m.1,32.
Nella parte centrale della ruota vi è il mozzo ('u miòlu) con dodici fori per l'innesto dei raggi (arricchiti da intagli scolpiti da vari disegni), nella parte interna del mozzo viene incastrata la boccola a sezione conica, per l’inserimento sull’asse in ferro del carretto. La corona o parte esterna della ruota è composta da sei pezzi che costituiscono la circonferenza della ruota, tenuti insieme dal cerchione in ferro. Il mozzo è bloccato al fusu, per mezzo di un dado a vite, il fusu è dotato di due rondelle grossolane che permettono alla ruota un certo gioco, con emissione di un rumore caratteristico (('u toccu o lu tonu giustu), senza il quale il carretto non ha alcun valore.

Le Aste
Le stanghe (aste) sono a sezione rettangolare nella parte posteriore e centrale, ed ellittica nella parte anteriore, il cui terminale porta un anello in ferro (occhiu d'asta) per l’aggancio al basto. Fra le aste e sotto 'i tavulazzi sono montate due parti in legno chiamate 'i chiavi, una anteriore ed una posteriore. La prima è una semplice barra ricurva verso il basso, la seconda di forma rettangolare consiste in un bassorilievo intagliato rappresentante una scena, solitamente cavalleresca, che può assumere diversi gradi di pregevolezza. Spesso nella chiave posteriore si riportano i nomi dell’artigiano carradore e di chi ne ha commissionato la realizzazione. Nel terminale del carretto troviamo 'a chiavi di ferru, che sorregge le aste.

La Cassa
Nella cassa del carretto troviamo il pianale di carico prolungato anteriormente e posteriormente da due tavole trasversali detto ('u tavulazzu d’avanti e 'u tavulazzu d’arreri) le due sponde fisse del carretto ('i masciddàra), e il portello posteriore removibile ('u puttèddu) per agevolare le operazioni di carico e scarico. 
Ogni masciddàru è suddiviso equamente in due scacchi (i riquadri in cui vengono dipinte le scene), nel puttèddu invece troviamo  uno scacco centrale e due laterali più piccoli. Gli scacchi sono divisi da segmenti verticali che congiungono i pannelli dal fondo della cascia e sei pioli in legno detti "barrùni" equamente divisi fra masciddàri e puttèddu. Sulla parte centrale del masciddàru è presente un staffone in metallo. I barrùni spesso sono intagliati e presentano in alto la testa di paladino o di popolano, rinforzati nella parte basale con un angolino in ferro.
La cassa (càscia) è sostenuta dai chiumazzeddi, tre robusti cuscinetti in legno, assi a sezione quadrata, opportunamente forate nelle parti terminali per l'incastro del piolo. L'ancoraggio dei chiumazzeddi alle aste è affidata a delle staffe in ferro.


La cascia di fusu è costituita: da un asse in ferro omogeneo, filettato ai due estremi; da una parte in legno intagliato sormontata da un arabesco di ferro e da due mensole (mensuli) che congiungono il fusu con la cascia.
Tra le aste, e sotto la cassa, appena dietro la chiavi d’avanti, spesso è montata una rete in corda ('u rituni).

I PUPI SICILIANI

Orlando, Rinaldo, Angelica e Saraceno sono realizzati in legno e metallo interamente a mano da esperti artigiani.
Testa in legno scolpita, vestiti in stoffe di velluto, ornamenti rifiniti nei minimi particolari in ottone brunito sbalzato e lucidato , pitturati a mano.
Sono alti circa un metro e pesano circa 30Kg.

 

“L’OPERA DEI PUPI”

“L’opera dei pupi”  ha origini antichissime . Trae vita dal Teatro delle Marionette che,in Europa, si diffuse rapidamente nel '600, suscitando l' interesse dei nobili.
Ben presto però “ L’opera de pupi” perse il suo iniziale carattere aristocratico, diventando sempre di più un'arte popolare.
In Sicilia, assume un carattere unico che prende il nome di « OPERA DEI PUPI », per l’appunto, che si distingue dall'originario Teatro delle Marionette sia per i contenuti, che per la tecnica.
Nei tempi antichi il successo fu tale che vennero trasposte e arrangiate in versione marionettistica anche famose opere liriche e teatrali, ma la "vera" Opera dei Pupi é costituita essenzialmente dalle gesta di Carlo Magno e i Paladini di Francia, oltre che di alcuni altri personaggi, come: Firticchiu.
L'origine dell'Opera dei pupi siciliani è sicuramente collocata intorno alla prima metà dell'800.
Oltre l'abbigliamento, raffinato e curato, quello che sin dal principio distinse i pupi siciliani dalle comuni marionette furono le vicende di cui essi divennero protagonisti. I temi trattati facevano tutti riferimento alle gesta eroiche di Carlo Magno e dei Paladini di Francia e si ispirano ai poemi epico-cavallereschi del '400 e del '500 dell’ Ariosto, Boiardo e Pulci. Ben presto tuttavia due divennero le fonti principali da cui i pupari iniziarono ad attingere nuovi episodi da mettere in scena: la Storia dei Paladini di Francia, una pubblicazione del 1850-60, attribuita a Giusto Lodico, che, intrecciando le vicende dei vari poemi cavallereschi della tradizione, ne ricavò ben quattro volumi che costituiscono ancora oggi il fondamento dell'Opera dei pupi.


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